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Perché non ci sono le condizioni per parlare di shale gas in Italia Stampa E-mail
Opinioni
di Raniero Massoli Novelli   
 
07 Aprile 2014
 

Numerosi scritti apparsi in questi giorni ed anche il libro appena uscito “Nuove Energie” del presidente dell’Eni, Giuseppe Recchi, ripropongono nuovamente in Italia l’estrazione dello shale gas, sostanza esistente in profondità ed intrappolata entro formazioni argillose.

 

Si tratta di scritti che spesso trascurano dati importanti e a volte ne citano di errati, per cui è opportuno chiarire alcune situazioni.

 

Con una premessa: molti dimenticano che pochi mesi fa (20 settembre 2013) la Commissione Ambiente della Camera ha approvato il blocco immediato di ogni attività legata al fracking, come si definisce l’estrazione dello shale gas mediante la fatturazione idraulica delle rocce in profondità. Per l’esattezza il Parlamento ha seguito l’esempio di Francia, Repubblica Ceca, Romania e Bulgaria che, malgrado la presenza colà di ottimi giacimenti di shale gas, per ragioni di impatto ambientale molto elevato hanno rinunciato ad ogni estrazione di questo tipo. Egualmente negativi al riguardo sono numerosi altri Paesi europei come Germania, Olanda e Spagna.

 

Evidentemente ora in Italia si tenta nuovamente di forzare la mano, trascurando sia il problema ambientale sia, a mio parere, anche quello geologico.

 

Vediamo prima velocemente alcuni aspetti ambientali, irrinunciabili per ogni moderna iniziativa industriale e per qualsiasi analisi costi-benefici, dopo i ben noti danni di ogni tipo apportati nel recente passato, da molti ben conosciuti e soprattutto sofferti.

 

Alcuni sintetici dati.

 

Primo, l’estrazione in questione necessita di enormi quantità di un bene prezioso, l’acqua, da iniettare a fortissima pressione nel sottosuolo.

 

Secondo, sul territorio interessato avvengono in continuità centinaia di trivellazioni.

 

Terzo, nei pozzi assieme all’acqua vengono immesse massicce dosi di sostanze chimiche per aiutare l’acqua nella sua opera di frantumazione, con pericolo per le preziose falde idriche profonde, ed anche il reticolo idrografico superficiale corre il rischio di contaminazione.

 

Quarto, il gran numero di pozzi e di torri di perforazione continuamente necessari per una estrazione economicamente conveniente significa che il paesaggio di quel territorio cambia totalmente.

 

Quinto, non viene considerato il problema della ben maggiore antropizzazione esistente in Italia rispetto alle regioni USA ove da anni sono attive estrazioni di shale gas. Ad esempio nel North Dakota la densità di popolazione è di circa 4 abitanti/kmq, nelle pianure lombarde ed emiliane, regioni potenzialmente adatte a tale estrazione, la densità risulta mediamente cento volte maggiore. E di ben altra entità risulta anche il valore dei terreni e delle nostre colture, e questo vale per la maggior parte delle pianure esistenti nelle altre regioni italiane.

 

Sesto, si definisce tale estrazione «dai costi considerevolmente più bassi rispetto alle altre fonti energetiche». È falso: oggi i costi risultano maggiori che nel passato, anche negli USA, dove esiste la maggiore attività ma dove i giacimenti a minore profondità (ossia a circa 2.000 metri!), e quindi a minor costo d’estrazione, sono stati già utilizzati ed ora i costi aumentano per i rimanenti, profondi oltre i 3.000 metri.

 

Settimo, è stato anche scritto che negli USA non vi è opposizione da parte degli ambientalisti. Falso anche questo: da molti anni sono membro italiano del National Resources Defense Council (NRDC), associazione ambientalista USA capace di bloccare o limitare progetti industriali devastanti con 800.000 email spedite in pochi giorni agli enti decisionali, Obama compreso. Basta andare sul sito del NRDC per verificare la continua opposizione da anni al gas da argille ed al fracking per l’eccessivo impatto ambientale connesso, anche se va detto che tale opposizione ha finora dato pochi frutti.

 

Per quanto riguarda gli aspetti geologici italiani mi limito a due fondamentali considerazioni. Esistono nel nostro Paese potenziali giacimenti di shale gas, onde consentire alle società interessate la richiesta di cospicui finanziamenti statali? La risposta è complessa e non ho dati sufficientemente validi. Ma esiste un dossier di novembre 2013 del Ministero per lo Sviluppo Economico che recita: «il territorio nazionale è caratterizzato da una rilevante complessità geo-strutturale che non soddisfa le condizioni minerarie necessarie alla formazione e al recupero dello shale gas. Sia sul piano geologico che sul piano territoriale e ambientale si ritiene quindi che in Italia non ci siano le condizioni favorevoli allo sviluppo della coltivazione di shale gas».

 

Seconda considerazione: purtroppo l’Italia è un Paese geologicamente fragile e per il 70% risulta un territorio a rischio sismico, da trattare con i guanti in superficie ma soprattutto in profondità. È possibile che si pensi tranquillamente di iniettare in diverse regioni enormi quantità di acqua ad altissima pressione per fratturare enormi quantità di rocce alla profondità di alcuni chilometri?

 

Prof. Raniero Massoli Novelli

geologo, già docente di materie geologico-ambientali nelle Università di Cagliari, L’Aquila e Roma Tre

 

I commenti dei visitatori

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