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Clima: il summit di New York con l’idea di cambiare rotta Stampa E-mail
Opinioni
di Valter Cirillo   
 
22 Settembre 2014
 

inquinamento atmosferico

È dunque ufficiale: la politica sul clima delle Nazioni Unite è fallita. La notizia non la troverete nei titoli di alcun giornale, ma è sottintesa in quasi tutti i commenti sul prossimo summit sui cambiamenti climatici che si terrà a New York, presso la sede dell’Onu, domani 23 settembre.

 


Si tratterà del più grande incontro di sempre tra capi di stato: sono attesi leader di 120 Paesi, quasi trenta in più del summit tenutosi a Copenaghen nel 2009.

Tuttavia, l’organizzazione stessa dell’evento la dice lunga su dove sta andando la politica climatica delle Nazioni Unite, basata sulla riduzione in tempi relativamente brevi delle emissioni mondiali. Sta andando su un binario morto.

 

Il summit, infatti, è stato organizzato sotto l’egida dell’Onu, però non fa parte del processo negoziale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Inoltre è stato largamente sponsorizzato (se non proprio promosso) dal presidente degli Stati Uniti, che non hanno mai ratificato il Protocollo di Kyoto, cioè l’accordo che costituisce il maggiore successo politico dell’Onu nella lotta al riscaldamento del pianeta (successo di immagine: dal punto di vista pratico i risultati sono stati decisamente scarsi).

In effetti, la maggioranza dei commentatori americani sottolinea che il summit di New York è soprattutto un’occasione ben progettata per rilanciare a livello internazionale l’immagine Usa nelle politiche climatiche.

Di sicuro non ci saranno annunci di nuovi accordi o di nuovi obiettivi per il clima, né ci saranno nuovi impegni economici a favore dei Paesi più poveri: sarà soprattutto un momento di grandi dichiarazioni di buona volontà, di maggiore impegno e di ricerca di soluzioni nuove e più efficaci. Ma per Obama sarà l’occasione per riformulare il ruolo degli Usa nella lotta internazionale al cambiamento del clima. Ovviamente nel senso: da oggi ci impegniamo noi, veniteci dietro.

Questa volta, però, la cosa ha una logica, dopo le recenti decisioni prese da Obama per ridurre le emissioni interne di gas serra. Come ha osservato Lou Leonard, responsabile del programma sui cambiamenti climatici del WWF americano, «questa è probabilmente la prima volta, forse l’unica, che gli Stati Uniti possono presentarsi con un convincente backup ad un evento sul clima».
Le aspettative americane sono ottimamente sintetizzate in questo commento di Frances Beinecke, presidente del Natural Resources Defense Council.

Va infine ricordato che l’incontro di New York giunge in un momento chiave dei negoziati internazionali sul clima, che dovrebbero culminare con un accordo che impegni tutti i principali inquinatori quanto meno a ridurre le emissioni a partire dal 2020. Accordo che si spera possa essere firmato nel summit di Parigi di fine 2015.

 

Clima: la novità della politica americana

 

E qui sta la prima vera novità della nuova politica americana, che potrebbe avere ripercussioni anche sui futuri orientamenti dell’ UNFCCC.

Finora la lotta al cambiamento del clima, da 20 anni incentrata sulla ricerca di accordi vincolanti di riduzione delle emissioni, ha avuto un solo risultato importante: sensibilizzare l’opinione pubblica, che a sua volta ha spinto i politici a fare molte promesse e a prendere anche qualche provvedimento concreto. Risultati tangibili si sono però visti solo in Europa e in pochi altri Paesi industrializzati, con sforzi peraltro irrilevanti a livello globale.

Infatti le emissioni mondiali sono raddoppiate negli ultimi 40 anni (da 15,6 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2 nel 1973 a 32 miliardi di tonnellate del 2012). Dal 2005 (anno di entrata in vigore del protocollo di Kyoto) a oggi sono cresciute del 16,5%.

La novità del nuovo approccio americano è che cerca di privilegiare gli impegni volontari, tanto per la riduzione delle emissioni, quanto per l’aiuto ai Paesi più poveri. L’unico vincolo è che i Governi dovrebbero essere obbligati a rendere noti i risultati raggiunti rispetto agli impegni volontariamente presi, cosicchè i risultati ottenuti avrebbero un concreto contraltare politico a livello sia nazionale sia internazionale. Anche perchè i Paesi più virtuosi potrebbero decidere forme di penalizzazione verso quelli più pigri.

Nei fatti un simile accordo girerebbe la palla della riduzione delle emissioni alle industrie e allo sviluppo tecnologico, con il presupposto che l’innovazione a tutto campo è la chiave vincente per superare le sfide del momento: tanto quella dello sviluppo e dell’occupazione, quanto quella del clima.
Quest’ultima convinzione è stata confermata autorevolmente, ma anche molto opportunamente, da un rapporto della Global Commission on the Economy and Climate presentato il 16 settembre anch’esso presso la sede delle Nazioni Unite di New York.

 

Defezioni importanti per una politica sul clima

 

Si capisce quindi perché il nuovo approccio alla decarbonizzazione proposto da Obama vada bene agli Usa, che sull’innovazione sono realmente forti, e a tutti coloro che si sentono loro alleati o partner. Lascia però perplessi i grandi Paesi in transizione (CinaIndia in primis), i quali, pur non essendo dichiaratamente contrari, vogliono ovviamente discuterne, non a New York. Né è visto di buon occhio da molti Paesi in via di sviluppo, che si sono messi doverosamente in coda per il summit newyorkese, ma capiscono che con la nuova politica americana sarebbero ulteriormente legati alle elargizioni dei Paesi ricchi, sia per riuscire a tagliare le emissioni senza ridurre i già scarsi beni e servizi, sia per gli investimenti necessari per adattarsi ai cambiamenti locali del clima.

Per Cina e India lo sviluppo economico ha ancora la priorità su ogni altra esigenza: sanno che le proprie emissioni continueranno a crescere e non intendono mettere in discussione la cosa.
Il punto – per noi – è: fino a quando? Per loro, invece, è che pur essendo un fatto che in termini assoluti sono i maggiori emettitori al mondo (Cina al primo posto e India al terzo, dopo gli Usa), è anche vero che hanno emissioni pro-capite molto inferiori a quelle Usa. Ogni cittadino americano ha emissioni di CO2 tre volte superiori a quelle di un cinese, e ben 17 volte superiori a quelle di ciascun indiano.

Anche le ambizioni di Obama dovranno quindi confrontarsi con la necessità di mettere d’accordo tutti, se davvero si vuole fare una politica climatica e non solo una politica industriale.
Quindi non
promette bene il fatto che al summit newyorkese non ci saranno né il leader della Cina, né quello dell’India. Ma mancheranno anche il primo ministro canadese e quello australiano, conservatori non troppo convinti dalle politiche climatiche. Mancherà la tedesca Merkel, per ragioni che pochi capiscono ma che certamente non sono casuali. E mancherà il russo Putin, che, sotto sotto, probabilmente vede i cambiamenti climatici come una opportunità per le infinite lande della Siberia.

 

(Valter Cirillo - articolo tratto da Enerblog.it)

 

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