Temperatura

Nell’Artide la temperatura aumenta. È un bene? No, anzi

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| Categoria: Clima

La temperatura media invernale in Artide è in continuo aumento, come conseguenza del riscaldamento globale: sarebbe logico pensare che possa essere un bene, poiché significherebbe condizioni meno rigide e più vivibili. Ma non è così. Gli effetti negativi sono forti anche in questa zona: sia sulla vita delle persone che su quella della fauna selvatica. Lo ha sottolineato un nuovo studio dell’Università norvegese della scienza e della tecnica, dal titolo “Warmer and wetter winters: characteristics and implications of an extreme weather event in the High Arctic” e pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters.

La ricerca ha analizzato il caso di Longyearbyen, la città più grande dell’arcipelago delle Svalbard, nell’Artide norvegese, che tra gennaio e febbraio del 2012 ha vissuto un periodo di temperatura molto più elevata rispetto agli standard: in una città dove solitamente in quel periodo si misurano 15 gradi sotto zero, le temperature hanno raggiunto gli 8 gradi sopra lo zero (il più altro incremento di temperatura in Europa negli ultimi decenni).

Questo insolito innalzamento di temperatura ha provocato diversi problemi per la popolazione. Insieme alle alte temperature sono arrivate infatti forti piogge e di conseguenza un eccesso di acqua sul terreno e, in seguito, una formazione anomala di ghiaccio e di violente valanghe di fango che hanno reso inagibili le strade, rendendo quasi inaccessibile l’ingresso in città e impedendo la partenza e l’atterraggio dei voli. Tra gli ambiti socioeconomici più danneggiati, il turismo: a causa dell’inaccessibilità della zona, sono diminuiti del 28% le gite in slitta, una delle attrazioni maggiori. Erano molti anni che non si registravano introiti così bassi da questo settore.

Ma non ha pagato solo la popolazione umana: anche la fauna selvatica autoctona ha subito pesantemente le conseguenze dell’innalzamento di temperatura. Quattro sono le specie che sono riuscite a svernare nel 2012 (la renna delle Svalbard, la pernice delle rocce delle Svalbard, l’arvicola est-europea e il predatore di queste tre specie, la volpe artica). Ma non senza problemi: le renne, per esempio, hanno subito una decimazione di individui che negli anni precedenti non si era mai registrata, a causa di una riduzione del cibo disponibile, dovuto all’aumento della superficie ricoperta di ghiaccio.

Per il futuro, la preoccupazione è il perdurare del riscaldamento: la paura più grande è per l’aumento delle valanghe di fango, che potrebbe creare problemi alla sicurezza delle infrastrutture e delle vie di comunicazione.

Pierpaolo de Flego

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