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Peccato, l’energia del mare non funziona

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| Categoria: Energia

È di questi giorni la notizia che presso il Centro di ricerca europeo sull’energia marina delle isole Orcadi (Scozia) è stata messa in mare una nuova turbina a flusso di marea sviluppata dalla spagnola Magallanes Renovables e cofinanziata dalla Ue nell’ambito dell’iniziativa Marinet.

In pratica si tratta di un prototipo in scala ridotta (1:10) di una macchina che a piena taglia dovrebbe essere lunga 42 metri e avere una potenza di 2 MW, grazie ad una serie di turbine poste poco sotto la struttura galleggiante (di aspetto simile a un piccolo trimarano) e fatte girare dalle correnti generate dai flussi di marea.

Il fatto che questa notizia sia stata rilanciata con un certo impegno anche dalla Commissione europea (in effetti è stata ripresa da tutti gli organi di informazione che trattano di energia rinnovabile in praticamente tutti i Paesi europei, in Italia molto meno che altrove) non si può dire che sia una buona notizia. Piuttosto il segno che le cose non vanno molto bene per le tecnologie di sfruttamento dell’energia dal mare.

Si tratta infatti di una notizia inconsistente. Non il risultato efficace di test e sperimentazioni che lasciano supporre che forse, se tutto va bene, tra alcuni anni c’è la speranza di …. Che in ogni caso, messa così, sarebbe comunque stata una notizia minima! No: l’annuncio è solo che, dopo quasi 7 anni di studi e di prove in vasca, si è messo in acqua una dei tantissimi progetti di sfruttamento delle correnti marine. Peraltro mettendo l’accento su un inesistente «successo delle turbine a flusso di marea» che prometterebbe «un futuro a vele spiegate per l’energia marina». Il che ha dell’incredibile, perché la messa in acqua del prototipo avviene proprio per iniziare le verifiche su quelli che in genere sono il punctum dolens di queste tecnologie, cioè i problemi legati alla manutenzione in mare aperto, nonché l’affidabilità e la resistenza all’ambiente marino dei vari componenti e in particolare del sistema di generazione e trasmissione elettrica. 

 

Marinet, un progetto da sostenere  

Lo scopo di una notizia di questo genere è probabilmente solo quello di sostenere in qualche modo il progetto Marinet: un network tecnologico varato nel 2011 in ambito europeo, che ha realizzato una rete costituita da 29 partners di ricerca, specializzati a vario titolo in tecnologie e attività marine, di 11 Paesi europei più il Brasile. Per l’Italia partecipano il Cnr e tre centri universitari, due di Firenze e uno di Viterbo.

È esattamente il tipo di network che dovrebbe essere promosso senza riserve per tutte le tecnologie possibili, non solo quelle emergenti. Per una infinità di motivi: perché mette in rete conoscenze specializzate di cui possono beneficiare anche start-up; perché permette l’uso gratuito o quasi di infrastrutture di ricerca anche a piccole società che altrimenti potrebbero solo sognarle (per es. il grande Centro Emec delle isole Orcadi dove è stato messo in mare il prototipo della Magallanes); perché condivide risorse già esistenti, permettendo così di puntare ad alti risultati impegnando risorse minime: per esempio l’intero quadriennio del progetto Marinet è costato alle casse della Ue meno di 10 milioni di euro.

Tuttavia i quattro anni di attività scadono tra pochi mesi, e benché i risultati ottenuti siano notevoli (dal punto di vista organizzativo e di ricerca), per chi sostiene il progetto la mancanza di un qualsiasi risultato commercialmente valido (o anche solo potenzialmente valido) può far temere per il futuro. Da qui il motivo che può spingere a promuovere anche notizie inconsistenti come quella di cui parliamo.

Non ci sono notizie migliori per l’energia marina? È questo il punto: non ci sono. Anzi!

 

Energia marina: brutte notizie per lo sfruttamento delle onde  

Solo in tempi recenti è cominciato il moderno sfruttamento dell’energia marina: una risorsa che per gli usi umani è potenzialmente enorme, fino a 4 volte il totale della domanda elettrica mondiale, secondo valutazioni dell’European Ocean Energy.

Per molti anni l’unica tecnologia sviluppata è stata quella per lo sfruttamento delle maree, con un unico  impianto realizzato in Francia, sull’estuario del fiume Rance, presso Saint-Malo: una grande centrale (240 MW) che sfrutta il locale dislivello di marea (circa 13 metri) e che è in esercizio commerciale dal 1966.

È stato con le crisi energetiche degli anni ’70 che si è cominciato a studiare la possibilità di sfruttare l’energia marina con un vasto ventaglio di tecnologie diverse. Le proposte tecnologiche sono state numerosissime (se ne contano alcune centinaia) e tutt’ora continuano ad essere avanzate nuove idee in grande quantità per sfruttare l’energia delle onde, delle maree, del gradiente termico tra superficie e profondità e perfino del gradiente salino (energia derivata dall’osmosi tra le acque salate dei mari e quelle dolci dei fiumi che vi si immettono).

Da questo grande numero di idee e progetti, ogni anno vengono realizzati circa una decina di prototipi dimostrativi, pochissimi dei quali durano però nel tempo. Un paio di anni fa una ricerca condotta dalla IHS (Emerging Energy Research) sulla possibile evoluzione del mercato al 2030, con riferimento al 2011 contava 45 diversi prototipi in esercizio nel mondo e ulteriori 7-8 progetti previsti per l’anno successivo.

Si consideri per esempio che, solo nell’ambito della piattaforma Marinet varata nel 2011, nel centro Europeo Emec sono stati completati i test su 16 tecnologie per lo sfruttamento dell’energia dalle onde e su 8 per quella dei flussi di marea: non ci risulta che una sola di queste abbia avuto un seguito.

In pratica, gli impianti che a distanza di qualche anno dalla sperimentazione possono considerarsi un successo si contano sul palmo di una sola mano: anzi, oltre alla turbina SeaGen (1,2 MW) si fa fatica a ricordarne anche solo un altro paio, a parte le grandi centrali maremotrici, del tipo della citata Rance. Su quest’ultimo fronte le cose vanno un pochino meglio, in particolare per merito della Corea del Sud, dove nel 2011 è entrato in servizio un impianto da 254 MW, nel 2015 dovrebbero iniziare i lavori per il Ganghwa Tidal Power Plant da 812 MW e c’è un ulteriore progetto da 1.320 MW che potrebbe partire nel 2017.

 

In generale però a tenere banco sono gli insuccessi: progetti annunciati come alfieri di un nuovo futuro per l’energia marina che prendono atto sia delle dure leggi del mercato, sia che il mare è un ambiente difficile, corrosivo e imprevedibile.

Negli ultimi 15 mesi società come Oceanlix e Wavebob hanno chiuso i battenti, Wavegen, AWS Ocean Energy e Ocean Power Technology hanno drasticamente ridimensionato le attività, mentre le società più note, come Aquamarine, Carnegie, Pelamis e Seabased, non fanno mistero di avere grossi problemi finanziari. In pratica tutte le società che tentano lo sfruttamento dell’energia delle onde sono in crisi, mentre un po’ meglio se la cavano le tecnologie che si basano sui flussi di marea.

Bloomberg New Energy Finance vede però l’orizzonte scuro per tutti: nel suo ultimo rapporto sul mercato dell’energia marina al 2020 ha infatti rivisto le previsioni sulla potenza installata rispetto a quelle fatte nel 2013: scese da 167 a 148 MW per le correnti di marea, e crollate da 74 a 21 MW per l’energia dalle onde.

E il rapporto di Bloomberg era dello scorso agosto, quando ancora nessuno parlava di vero e proprio taglio degli investimenti di settore nel Regno Unito, cioè in quello che è tutt’ora il principale mercato per questo tipo di tecnologie.

 

[Valter Cirillo]

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