impianto eolico offshore

Ma davvero ci serve l’eolico offshore?

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| Categoria: Opinioni

È ormai evidente che le centrali eoliche in mare aperto (eolico offshore) non hanno un gran successo in Italia. Non si riesce a costruirne una.

L’unica eccezione è quella progettata nella rada grande del porto di Taranto: lo scorso 3 luglio ha praticamente avuto il via libera dal Consiglio di Stato, il quale ha respinto l’ultimo ricorso del Comune di Taranto, che aveva in tutti i modi cercato di impedirne l’autorizzazione. Se davvero verrà realizzata (a nostro avviso il condizionale è comunque d’obbligo), sarà il primo impianto eolico offshore non solo dell’Italia, ma dell’intero Mediterraneo.

Si tratta però di una centrale con potenza minima per questo genere di impianti: 10 turbine per complessivi 30 MW. Anzi, secondo il comune di Taranto non sarebbe nemmeno un vero e proprio offshore, ma un impianto near shore, cioè una centrale da terraferma messa in mare vicino alla costa.

A parte quest’unico caso, tutti i progetti finora presentati sono stati bocciati. Secondo un recente rapporto di Legambiente ci sarebbero in gioco una quindicina di progetti per complessivi 2.500 MW, tutti già gratificati da una nutrita serie di opposizioni a vari livelli e nessuno in costruzione. La tabella sotto ne riporta la sintesi.
Va peraltro osservato che il sito specializzato 4C Offshore per l’Italia riporta il dettaglio di 40 progetti, di cui (oltre a quelli citati da Legambiente) una ventina ormai abbandonati.

Soprattutto l’analisi dei progetti abbandonati fa emergere chiaramente – a nostro avviso – come l’eolico offshore in Italia sia sempre stato considerato niente più che una mera opportunità per speculare sugli incentivi. L’ammontare dei progetti cancellati è di circa 7.000 MW, con alcuni a dir poco cervellotici, fino a quello da 780 MW (la maggiore potenza al mondo per un singolo impianto) denominato Ginevra e previsto 17 km al largo di Marsala. Tra l’altro le ipotizzate 223 turbine sarebbero state di tipo flottante, visto che i 120 metri di profondità del sito avrebbero impedito di mettere fondamenta convenzionali.

L’ultimo stop all’eolico offshore nel nostro Paese è stato dato dal ministero dell’Ambiente lo scorso 9 luglio, con la bocciatura della Valutazione di impatto ambientale (VIA) presentata per il progetto da 228 MW (38 aerogeneratori da 6 MW ciascuno) proposto da Four Wind nel Canale di Sicilia, quasi a metà strada tra Mazara del Vallo e Pantelleria.
Il progetto, proposto nel 2009, era già stato stoppato dalla commissione tecnica del Ministero nel 2011: ora la nuova bocciatura ha tutta l’aria di essere definitiva. Va peraltro notato che, complessivamente, in questi anni il progetto ha collezionato parecchi pareri contrari: quattro da parte delle commissioni tecniche del ministero dell’Ambiente, due da parte del ministero dei Beni culturali e del Turismo, uno dalla Regione Sicilia.

Comunque, a prescindere dal fatto che ci piaccia o meno, la vera domanda è: ma dell’ eolico offshore ne abbiamo bisogno? Risposta: decisamente no.

 

 Eolico offshore: ma serve in Italia?

 

A ben vedere la pubblicazione di Legambiente aiuta a fare chiarezza su diversi aspetti e ha buon gioco nel rintuzzare le argomentazioni di quanti non vogliono le centrali in mare per motivi paesaggistici: argomentazioni oggettivamente risibili se riferite a pale eoliche poste a oltre 10 km dalla costa.

Il discorso cambia quando si chiede che il Governo entri in gioco a favore di una fonte rinnovabile quale indubbiamente è l’eolico offshore, e soprattutto quando si lamenta la mancanza di nuovi incentivi in grado di far decollare anche questa tecnologia.
In tutto questo, infatti, Legambiente si guarda bene dal citare l’aspetto dei costi. Che per le tecnologie offshore è invece l’aspetto fondamentale, sia in generale (l’energia eolica offshore è attualmente quella la più costosa, e di molto), sia in relazione al caso italiano.

Per farla breve ci limitiamo a notare che:

1.   In Italia è disponibile una potenza elettrica efficiente di circa 130 mila MW, cioè più del doppio dei 54 mila MW che costituiscono il picco di potenza che viene impegnata in un numero limitato di ore di pochi giorni dell’anno (dati Terna). In questa situazione – in un’ottica di sistema, cioè ragionando per un momento come se fossimo un Paese coeso, dove la convenienza generale ha la prevalenza sull’interesse economico di parte – saggezza vorrebbe che non si autorizzasse più la costruzione neanche di un solo MW, di nessun tipo. E questo (pure considerando che i consumi di energia sono in diminuzione) dovrebbe valere a dir poco per i prossimi 5-6 anni.

2.   Nei casi in cui per esigenze ambientali, strategie politiche, accordi internazionali, o anche solo per esigenze locali si decide di autorizzare nuova potenza elettrica, dovrebbe essere scontato farlo venendo incontro alle esigenze del Paese, che nell’attuale situazione sono soprattutto di tipo economico. Quindi va bene la precedenza alle fonti rinnovabili, purché siano competitive e contribuiscano allo sviluppo del Paese. Il che esclude l’ eolico offshore, che è la fonte di energia più costosa e interamente di importazione. Non a caso (come Legambiente osserva in modo molto critico, dal suo punto di vista) il governo sta dando giusta priorità agli impianti utili anche per chiudere il ciclo dei rifiuti (che in Italia resta uno dei grandi problemi non solo ambientali) e a quelli che utilizzano tecnologie nazionali con ricadute produttive e occupazionali locali (biomasse agricole e da residui).

3.   A proposito di costi vale sottolineare che stiamo parlando della fonte di energia più costosa non solo nel Mediterraneo, ma anche nel mare del Nord, dove vari Paesi stanno facendo sforzi notevoli (con investimenti ingentissimi tra centrali e reti) per incentivare la tecnologia e darle una prospettiva di competitività in un arco ragionevole di anni (forse una decina). Ma nel mare del Nord la disponibilità media di vento è superiore del 40% a quella del Mediterraneo. Il che vuol dire che l’investimento per un impianto offshore realizzato nel miglior sito del Mediterraneo rende, dal punto di vista energetico (e quindi economico) a dir poco il 30% in meno di quanto renderebbe nel mare del Nord. Dove, con una risorsa molto più disponibile e fondali molto più bassi, i costi elevati costituiscono comunque il principale ostacolo all’ulteriore sviluppo della tecnologia.

In conclusione proporre oggi in Italia la realizzazione di impianti eolici in mare aperto ha senso solo in un’ottica ideologica. Della serie: perché? Perché a noi ci piace e vanno fatte costi quel che costi. E questo è davvero assurdo, in un Paese dove l’elettricità viene già prodotta a costi che sono superiori di oltre il 30% a quelli degli altri Paesi con cui dovrebbe competere.

[Valter Cirillo]

eolico offshore: impianti proposti in Italia

 

L’articolo è stato pubblicato il 20 luglio su Enerblog

 

 

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