Iter

Fusione nucleare: l’Italia protagonista assoluta

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| Categoria: Energia

Il reattore a fusione nucleare Iter, in costruzione a Cadarache (sud della Francia), è di gran lunga la principale collaborazione scientifica internazionale a scopo pacifico sulla Terra del Ventunesimo secolo (e la seconda nell’universo conosciuto, dopo la Stazione Spaziale Internazionale): il costo complessivo è di circa 15 miliardi di euro (comunque circa 8 volte inferiore a quello dei mondiali di calcio del 2022 in Qatar, stimato in 120 miliardi di euro).

Un investimento ampiamente giustificato: come chiarisce Bernard Bigot, direttore generale di Iter, «se si dimostrerà che la fusione a scopi commerciali è fattibile e replicabile in ogni Paese, cosa di cui siamo fiduciosi, allora cambierà il panorama energetico mondiale».

Al progetto partecipano l’Unione Europea (per il 45%), gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, il Giappone, l’India e la Corea del Sud: in tutto sono 35 Paesi (c’è anche la Svizzera, che anche se non appartiene all’Unione Europea fa parte dell’Euratom). Le persone che ci lavorano parlano decine di lingue diverse ma comunicano fra loro in inglese, la lingua ufficiale di Iter. Ma soprattutto sono diverse le culture e i relativi codici di comportamento sociale. Secondo Bigot, far lavorare insieme tante persone diverse e coordinare il loro lavoro è una difficoltà maggiore di quelle tecniche. Per questo il suo motto è “integrazione delle capacità”.

 

Iter, l’Italia è più avanti del Giappone

 

In questo mosaico di contributi, un ruolo di primissimo piano spetta all’Italia, il primo Paese europeo per numero di contratti, davanti a Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.

In particolare per quanto riguarda i magneti superconduttori, uno dei componenti più importanti, «l’Italia è di gran lunga il maggiore azionista, per merito della nostra lunga esperienza in materia, sviluppata anche grazie al grande numero di magneti prodotti in passato da ditte italiane per il Cern», spiega Alessandro Bonito Oliva, responsabile della Divisione Magneti di Fusion for Energy, l’organizzazione responsabile per il contributo europeo a Iter.

Contratti IterRiguardo ai magneti, tre contratti da 160 milioni di euro ciascuno vedono la partecipazione di imprese italiane: sono stati attribuiti a tre consorzi, uno dei quali guidato all’85% dalla Asg Semiconduttori di Genova e gli altri due partecipati dalla Simic di Camerana (Cuneo) rispettivamente all’80% e al 50%. Inoltre, l’Icas (Italian Consortium for Applied Superconductivity), di cui fanno parte l’Enea, la Criotec di Chivasso (Torino) e la Tratos Cavi, multinazionale basata in Toscana, si occupa della realizzazione dei cavi superconduttori prodotti dall’Europa.

Ma non solo di magneti si occupano le aziende italiane: per esempio un consorzio a cui partecipano la Mangiarotti di Sedegliano (Udine), l’Ansaldo Nucleare di Genova e la Walter Tosto di Chieti si è aggiudicato un contratto di 280 milioni di euro per la costruzione di metà dell’enorme camera da vuoto in cui sarà contenuto il plasma di Iter.

Appalti di questo tipo non premiano solo le grandi società: «Moltissimi altri fornitori partecipano alla catena di distribuzione», aggiunge Bonito Oliva, che conclude: «Siamo molto orgogliosi in particolare del fatto che, nella collaborazione internazionale ai magneti, noi italiani siamo avanti di 6 o forse anche 12 mesi rispetto al Giappone, che pure schiera colossi come Toshiba e Mitsubishi».

Paolo Gangemi

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