Gas Flaring

Buona notizia per il clima, l’impegno internazionale contro il Gas flaring

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| Categoria: Ambiente | Sviluppo sostenibile

La riduzione delle emissioni per contrastare i cambiamenti climatici prosegue con alterne vicende. Non è una novità: i Paesi più ricchi investono in tecnologie a minore impatto ambientale, che parallelamente rendono più efficienti e moderni i loro sistemi produttivi e aprono nuovi mercati; i Paesi emergenti cominciano a frenare e in alcuni casi anche a ridurre il trend delle emissioni, anche per rafforzare le loro chance di entrare nei mercati dei Paesi ricchi.
E poi ci sono i Paesi poveri, ai quali resta la scelta tra accrescere le probabilità immediate di morire di fame, oppure continuare a fare quel che si può (inquinamento compreso) per tentare di rinviare la fine ad un prossimo futuro.

In tutto questo, anche perché gli abitanti dei Paesi ricchi sono solo 1,2 miliardi su un totale di oltre 7 miliardi, le emissioni globali continuano a crescere. In modo eccessivo, secondo la comunità degli scienziati, mentre sarebbe necessario ridurle di almeno il 50% nei prossimi decenni, con l’obiettivo di azzerarle del tutto prima della fine del secolo.

 

Azzerare il Gas flaring entro il 2030

 

Tra le buone notizie va segnalato il recente accordo per l’eliminazione del Gas flaring: ovvero la pratica di bruciare in torcia il gas che fuoriesce dai pozzi petroliferi durante le attività di produzione del greggio e nelle raffinerie meno efficienti.

Denominata Zero Routine Flaring by 2030 e lanciata lo scorso 17 aprile dalle Nazioni Unite e dalla Banca Mondiale, l’iniziativa già registra l’adesione di
–  9 Paesi: Russia, Norvegia, Kazakhstan, Uzbekistan, Francia, Camerun, Congo, Gabon e Angola
–  10 compagnie petrolifere: Eni, Total, Shell, Statoil, Kuwait Oil Company, Societé Nationale des Hydrocarbures du Cameroon, State Oil Company of the Azerbaijan, Petroamazonas EP (Ecuador), Societé Nationale des Petroles du Congo, BG Group
–  5 istituzioni finanziarie: Agenzia Onu per l’energia sostenibile per tutti (Se4All), Banca Mondiale, Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, Banca per lo sviluppo africano, Banca per lo sviluppo asiatico, Banca per lo sviluppo islamico.

Nel complesso, gli aderenti all’iniziativa rappresentano oltre il 40% del gas flaring mondiale, che gli esperti stimano in circa 140 miliardi di metri cubi di gas naturale ogni anno, a cui corrispondono emissioni di CO2 equivalenti a circa 350 milioni di tonnellate (pari al totale delle emissioni di un Paese come la Francia: non poco dal punto di vista dell’effetto serra).

Gas flaringSe il gas bruciato venisse interamente utilizzato per generare elettricità potrebbe produrre 750 miliardi di kWh, un dato che corrisponde ai consumi elettrici 2012 di tutta l’Africa, nessun Paese escluso (per un interessante confronto, nello stesso anno il totale dei consumi elettrici dei 61 milioni di italiani è stato di 330 miliardi di kWh, quasi la metà degli 1,2 miliardi di abitanti dell’Africa).

L’accordo è dunque una buona notizia, ma anche solo un primo passo. Sia perché l’orizzonte è il 2030, cioè alquanto comodo, sia perché la quasi totalità del Gas flaring è concentrata in 20 Paesi, solo 3 dei quali rientrano tra i firmatari dell’accordo: Kazakhstan, Uzbekistan e Russia.
Quest’ultima è di gran lunga la maggiore responsabile del fenomeno (25% del totale), ma mancano all’appello gli altri 17 principali inquinatori, tra cui Stati Uniti e Canada, che nella graduatoria occupano rispettivamente il quinto e il dodicesimo posto, e per giunta sono gli unici Paesi industrializzati dove l’uso del Gas flaring sta aumentando invece di diminuire.

[Silvia Cirillo]

 

FAQ: Cos’é e perché viene praticato il Gas flaring (inglese)

 

 

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