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COP 21 sul clima: ormai ci siamo

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| Categoria: Clima

Manca ormai poco più di un mese alla XXI Conferenza delle Parti (COP 21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che si terrà a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre.

E si accende la discussione  sulla bozza di accordo per le negoziazioni finali presentato dai due co-presidenti della Convenzione Quadro dell’Onu sul Cambiamento Climatico, Ahmed Djoghlaf e Dan Reifsnyder.

L’accordo, infatti,  è stato definito dal Sud Africa una forma di apartheid: “Ci troviamo in una posizione in cui, in sostanza, siamo senza diritti”, ha detto la rappresentante sudafricana Nozipho Joyce Mxakato-Diseko, che ha parlato a nome delle 130 nazioni in via di sviluppo, compresa la Cina, durante il vertice preparatorio tenutosi a Bonn dal 19 al 23 ottobre.

Due i punti centrali della trattativa su cui si concentra il dibattito: il primo relativo alla proposta di una revisione quinquennale degli impegni di riduzione delle emissioni presentati dai vari paesi per favorire azioni più incisive; il secondo riguardante la costituzione di un Fondo verde per il clima per aiutare i paesi in via di sviluppo a investire nella riduzione delle emissioni di CO2 e per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici.

Relativamente al primo punto, alcune nazioni vorrebbero che la revisione degli obiettivi fosse decennale o che riguardasse solo i paesi ricchi. Al 9 ottobre solo 148 paesi (rappresentanti l’87% delle emissioni di CO2) hanno presentato i propri obiettivi di riduzione: mancano all’appello 47 paesi, tra cui grandi emettitori di gas serra come Arabia Saudita e Iran.

Inoltre, resta ancora aperto il fronte dei paesi Opec. Dopo Algeria ed Ecuador, anche gli Emirati Arabi Uniti hanno presentato il proprio piano di riduzione delle emissioni di gas serra, dicendo che porteranno la quota di energia nucleare e di rinnovabili dallo 0,4% del 2014 al 24% nel 2021. Iran, Arabia Saudita e Nigeria non hanno ancora presentato i loro piani di riduzione ma assicurano che lo faranno prima della Conferenza di Parigi. L’Iran, decimo emettitore mondiale di gas seCop 21rra, afferma che il suo impegno di riduzione potrebbe essere molto maggiore se le potenze occidentali togliessero velocemente le sanzioni legate al suo programma nucleare.

Ma è soprattutto in merito al secondo punto – l’entità del fondo e il  suo eventuale incremento nel corso degli anni – che si sono sollevate le maggiori criticità.

Infatti, dalla costituzione di un Fondo verde per il clima da 100 miliardi di dollari l’anno dal 2020, per aiutare i paesi in via di sviluppo che dipenderà il successo o meno della Conferenza di Parigi.

In questo contesto, i paesi in via di sviluppo affermano che la stima presentata dall’Ocse, secondo cui nel 2014 sono stati raggiunti i 62 miliardi di dollari, non ha alcun valore legale e che le nazioni povere non sono state consultate. D’altro canto, il fronte delle nazioni sviluppate è diffidente sulla futura disponibilità dei paesi in via di sviluppo a rafforzare il taglio delle loro emissioni di gas a effetto serra, e chiede garanzie.

D’altronde come ha ricordato di recente il presidente francese Francois Hollande  “se non ci sarà un accordo, dobbiamo essere coscienti che sarà una catastrofe, perché non ci sarà un’altra Conferenza per prendere delle decisioni”.

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