Centrali a carbone e emissioni in Germania

Emissioni e costi: il ruolo delle centrali a carbone in Germania

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| Categoria: Ambiente | Energia

La Germania ha deciso di fermare e mettere in riserva 5 grandi centrali a carbone. Si tratta di centrali a lignite per complessivi 2.700 MW che dal 2017 verranno messe in stand by come “potenza di riserva”. In pratica non vengono chiuse, ma solo fermate, con i gestori che vengono retribuiti per tenerle in piena efficienza in modo che possano essere immediatamente utilizzate in caso di carenza di potenza elettrica sulla rete. Dovrebbero poi essere definitivamente chiuse nel 2021.

La decisione annunciata l’1 luglio, fa seguito al pacchetto clima approvato dal Governo tedesco nel dicembre scorso, che tra l’altro prevedeva la chiusura di 8 centrali a carbone (lignite), con l’obiettivo di ridurre le emissioni del settore termoelettrico di 22 milioni di tonnellate di CO2 l’anno entro il 2020.
Le pressioni dei sindacati hanno poi convinto l’esecutivo a “salvare” 3 delle centrali a carbone, riducendo l’obiettivo a 16 milioni di tonnellate, cosa appunto realizzata fermando 5 impianti e sostituendone la generazione con elettricità proveniente da più efficienti e meno inquinanti cicli combinati a gas.

Nonostante l’Energiewende, ovvero l’ambiziosa politica di transizione energetica basata su un forte sviluppo delle tecnologie rinnovabili, il Paese resta quello con le maggiori emissioni di CO2 dell’Europa. In particolare le emissioni della Germania sono aumentate del 5% tra il 2011 e il 2013, soprattutto a causa della minore produzione di energia nucleare successiva all’incidente di Fukushima. Sono poi tornate a scendere nel 2014 (-6%), ma il trend non garantisce che venga raggiunto l’obiettivo assunto di ridurre le emissioni di CO2 del 40% entro il 2020 rispetto a quelle del 1990.

 

Centrali a carbone e difficoltà a raggiungere gli obiettivi di riduzione

 

Gli obiettivi di riduzione delle emissioni sono stati assunti dai vari Paesi sulla base di esigenze e valutazioni diverse. In particolare contavano il livello di efficienza del sistema energetico ed industriale, l’efficienza del sistema trasporti e degli edifici, il mix energetico ed elettrico eccetera, ma il tutto in modo che gli obiettivi fossero significativi e richiedessero molto impegno, senza però prevedere oneri e costi inaccettabili.

L’obiettivo dell’Italia, per esempio, prevede una riduzione delle emissioni del 17% rispetto al 1990, e verrà quasi certamente raggiunto con largo anticipo sul 2020, purtroppo anche grazie al calo dei consumi e alla minore produzione industriale conseguente alla recessione degli anni scorsi.
In ogni caso non è che l’obiettivo del -17% fosse molto più facile di quello tedesco (-40%), poiché l’Italia partiva da un livello di efficienza energetica più elevato, disponendo anche di un sistema di generazione molto più moderno ed efficiente.
È chiaro che per noi aumentare l’efficienza del sistema elettrico (stiamo parlando di elettricità: ben altro discorso è quello dei trasporti e dell’edilizia) voleva dire raschiare il fondo del barile, mentre per la Germania i margini di manovra erano ben più ampi, perché da attivare su un sistema largamente basato su vecchie centrali a carbone e a lignite.

Stringi stringi, per far scendere le emissioni alla Germania è sufficiente chiudere qualche impianto a lignite: cosa che, tra l’altro, l’esecutivo tedesco farebbe in ogni caso, anche se non ci fossero gli impegni climatici, per venire incontro alle giuste esigenze ambientali delle popolazioni.

Perché dunque la Germania ha difficoltà a raggiungere gli obiettivi di riduzione che si è assunta?

Per il banale motivo che le sue decisioni non sono vincolate da posizioni ideologiche, e quindi si è posta il problema delle emissioni contestualmente a quello dei costi: non deve accelerare i tempi, non deve dimostrare di essere più ambientalista di quello che è, non deve far pagare ai contribuenti e ai consumatori costi esagerati per non si capisce quale motivo.

Nel 2014 la Germania ha generato circa il 60% dell’elettricità dalle fonti meno costose (16% nucleare e 44% carbone, prevalentemente costituito da lignite) e il 24% da quelle più costose (9,6% gas, 8,6% eolico e 5,8% fotovoltaico, quest’ultima la più costosa in assoluto).

L’Italia, invece, nel 2014 ha generato elettricità per il 51% dalle fonti più costose (37,6% gas, 5,6% eolico e 8,7% fotovoltaico) e solo il 15,6% da centrali a carbone, che è la fonte meno costosa (dati provvisori Terna 2014).

Il divario è tale che i costi medi del kWh elettrico prodotto in Italia superano di circa il 30% quelli medi del kWh prodotto in Germania, con tutto che l’Italia può disporre di una gran quantità di energia senza emissioni e a basso costo proveniente dall’idroelettrico (21,7% nel 2014), fonte che invece in Germania gioca un ruolo minimo (3,3%).

I grafici seguenti riportano la potenza elettrica installata in Germania e l’elettricità generata dalle singole fonti nel 2014. I dati sono tratti da Agora Energiewende.

[Valter Cirillo]

Centrali a carbone: 25,6% della potenza elettrica installata in Germania nel 2014

Centrali a carbone: 43,6% dell'elettricità generata nel 2014 in GermaniaL’articolo è stato pubblicato a firma dell’autore su Enerblog il 7 luglio 2015

 

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