Cosa c’è dietro il dibattito sugli Ogm in Italia

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| Categoria: Opinioni | Sviluppo sostenibile

La questione degli organismi geneticamente modificati è senz’altro un buon esempio delle patologie nazionali. Come giustamente dichiara la prof.ssa Elena Cattaneo nell’articolo pubblicato ieri su Repubblica: «C’è qualcosa di profondo che non va nel nostro Paese. La vicenda degli Ogm è paradigmatica. Come lo sono il caso Stamina, la sperimentazione animale, i vaccini eccetera. È la perdita del senso di cosa è “vero in modo accertabile”. La scienza cerca prove. I partiti cercano voti. Al Paese serve una visione e una cultura politica che torni a valorizzare i fatti e le competenze, come presupposto per recuperare la fiducia degli elettori».

In generale quello sugli Ogm è un dibattito scontato. Si sa già come andrà a finire: più o meno come all’inizio del XVII secolo, quando un gran numero di contadini si opponeva alla diffusione di piante nuove e strane, come il mais e la patata, in contrapposizione a pochi altri che erano favorevoli perché si trattava di colture a più alto rendimento.
Finì che le periodiche guerre e carestie convinsero i primi a cambiare idea. Ugualmente anche oggi, come sempre accade, i fatti avranno ragione sulle chiacchiere, in un mondo dove la terra coltivabile è sempre la stessa, ma dove gli abitanti aumentano di oltre 100 milioni ogni anno e dove circa 2 miliardi di persone non riesce a nutrirsi in maniera adeguata.

Da 80 anni si modificano i geni delle piante coltivate per renderle più resistenti e più produttive. Letteralmente sono già migliaia le varietà di piante mutate che vengono utilizzate da decenni senza che ci siano mai stati particolari problemi o opposizioni da parte di ambientalisti, né tanto meno di consumatori. Il pompelmo rosa, tanto per dire, non esiste in natura: è stato prodotto modificando il genoma del pompelmo giallo. Tutta la birra prodotta in Europa proviene da orzo mutato. E tutto il pane e la pasta che abbiamo mangiato negli ultimi 30 anni sono stati prodotti da varietà di grano geneticamente modificate.

Esageriamo? Verificate voi stessi: nell’ambito delle Nazioni Unite esiste un programma di collaborazione tra l’agenzia nucleare (Iaea) e quella per l’agricoltura (Fao) dedicato allo sviluppo e al controllo delle piante mutanti. Il sito di questo programma  riferisce che attualmente (ottobre 2014) in 60 Paesi sono coltivate 3.218 varietà mutanti di 214 specie di piante: grano, riso, girasoli, orzo, piselli, cotone, fagioli, patate, melanzane, ciliegie, mele, pere, pesche, albicocche, banane eccetera eccetera.
Stiamo parlando di varietà modificate per mezzo di irraggiamento nucleare. Che quindi, da un punto di vista legale, non sono Ogm, poiché le norme europee definiscono tali solo gli organismi modificati secondo determinate regole, ma non altre. In pratica, però, sono tutte Ogm, in quanto geneticamente modificate dall’uomo. Per giunta modificate con una metodologia piuttosto grossolana (l’irraggiamento è un po’ uno sparare a caso finché non si ottengono le mutazioni genetiche desiderate) e molto meno raffinata e precisa di quella utilizzata nei moderni laboratori genetici.

Non di Ogm si dovrebbe parlare, ma di informazione

Dunque, se nel dibattito in corso di Ogm si parla, si tratta di un problema fittizio: ci si scalmana per opporsi a qualcosa che letteralmente già riempie i banchi dei mercati da decenni.
Se invece l’argomento sono le strategie di mercato di alcune multinazionali, di asservimento dei Paesi poveri alle logiche capitalistiche e simili, il discorso è diverso. E legittimo. Solo che va fatto scrivendo e dicendo (e facendo, in sede legale) cose finalizzate a combattere specifiche attività di questa o quella multinazionale, non demonizzando e diffondendo false notizie sugli Ogm.
Altrimenti è come se, per attaccare e colpire certa etica e certe logiche di mercato delle multinazionali farmaceutiche, ci si battesse contro l’uso degli antibiotici anche sui malati di polmonite.

Da questo punto di vista il problema è davvero generale e drammatico in Italia. E riguarda certamente la politica, ma soprattutto l’informazione. Perché è verissimo – come lamenta la Cattaneo – che «Il Governo e la politica economica del Paese non possono basarsi sui “sentimenti” o sulle opinioni, invece che su fatti scientificamente validati».
Ma sentimenti e opinioni oggi si basano prevalentemente sulla comunicazione e sull’informazione, cioè su qualcosa che sempre più è affidato alla massa e non alla qualità, all’esigenza di spettacolarizzare e non di approfondire, alla necessità di dare stimoli sempre nuovi e preferibilmente basati su fattori emotivi e non su conoscenza e consapevolezza.

Nessuno vuole vivere in una società noiosa e seriosa: ma un compromesso tra le varie esigenze bisognerà pur trovarlo, perché così l’informazione non informa (e tantomeno forma), ma si limita a stimolare e trasmettere consenso e contrapposizione. E questo vale per gli Ogm e per la ricerca scientifica in generale, ma anche per l’energia, la tutela dell’ambiente, le infrastrutture e molto altro.

 

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