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Bracconaggio: una strage silenziosa

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| Categoria: Sviluppo sostenibile

Ogni giorno muoiono 70 elefanti e 200 mila squali. Ogni settimana 3 tigri e 20 rinoceronti. Ogni anno in Italia il bracconaggio fa fuori 400 lupi, massacrati con armi da fuoco, veleno o trappole.

Ed ancora. Dal 1970 ad oggi  le tigri sono crollate da 38.000 a 3.200 esemplari; anche il leone sopravvive con forse non più 20.000 esemplari su un territorio ridotto all’8% rispetto a quello originale.  In Tanzania in 5 anni è stato sterminato il 60% della popolazione di elefanti: tra il 2011 e il 2013 i bracconieri hanno abbattuto 100.000 elefanti, complice una forte alleanza tra criminali e funzionari corrotti. Vigogne e guanachi nei paesi sudamericani vengono uccisi per rivendere le loro lane pregiate e, nel caso della Vigogna, il loro areale si è ridotto del 40%.

Dai 67 ai 273 milioni di squali vengono poi uccisi nei mari del mondo e l’Indonesia è uno dei paesi più ostinati nella pratica del finning, il taglio delle loro pinne. Drammatico il crollo anche di animali meno conosciuti come i pangolini cinesi: in alcune regioni della Cina la popolazione è crollata del 90%,  mentre in altre si sono praticamente estinti.  In Amazzonia restano solo  3.000 esemplari di pappagalli della  specie Ara giacinto, decimati a causa del collezionismo.

In 40 anni abbiamo perso il 52% delle popolazioni di numerose specie di vertebrate: lo afferma l’ultimo Indice del Pianeta Vivente elaborato dal WWF con la Zoological Society di Londra. I numeri del bracconaggio sono stati  resi noti oggi dal WWF nella  Campagna #diamovoce.

Il crimine ambientale è sempre più diffuso e mette a rischio l’uso sostenibile delle risorse naturali della Terra, la sicurezza dei governi, la trasparenza e la lotta alla corruzione.

Si tratta di stragi silenziose  che colpiscono migliaia di animali per rivenderne  pelli, le ossa, la carne e persino il sangue e di cui spesso non viene data notizia. Lo scorso  marzo nella Repubblica Democratica del Congo in 15 giorni sono stati massacrati 30 elefanti nel Parco Nazionale del Garamba, a maggio in Mozambico c’è stata un’impennata di uccisioni di rinoceronti, a luglio in Ghana migliaia di squali sono stati pescati e uccisi per le loro pinne mentre a ottobre in Zimbabwe sono stati avvelenati col cianuro 26 elefanti (nel 2014 oltre 100).

Non solo.  Il bracconaggio è anche un business che alimenta il traffico di droga, il terrorismo e addirittura le guerre. Tocca quasi tutti i continenti: dalla Cambogia all’Indonesia, dall’Amazzonia alla Russia passando per Kenya, Mozambico, Tanzania, bacino del Congo: sono almeno 14 le aree calde del pianeta ad alto tasso di bracconaggio indicate nella nuova mappa del WWF che indica i paesi dove, giorno dopo giorno, spariscono intere popolazioni di specie animali.

Il giro di affari illegale che ruota intorno al traffico di avorio, corni di rinoceronti, pelli di tigri  e di tutte le altre specie protette e illecitamente  prese in natura è di oltre  23 miliardi di dollari l’anno.  3.000 dollari al chilo è il prezzo dell’avorio sul mercato nero; più dell’oro il valore del corno di rinoceronte, 120.000 dollari al chilo; 175 dollari per un chilo di scaglie di pangolino. Secondo i dati Interpol in Asia il commercio di tigri e parti del loro corpo è facilitato dalla corruzione e in alcune zone è collegato a crimini gravi come sequestri di persona, commercio illegale di armi, rapine, estorsioni, omicidi, riciclaggio e crimini informatici che consentono di vendere anche online i prodotti illegali. Il commercio dell’avorio proveniente dalle zanne di elefante è spesso associato a frode, evasione fiscale, riciclaggio, meccanismi che funzionano da veri e propri crimini abilitanti il traffico del prezioso materiale. Persino gruppi militari si finanziano con il traffico di natura: a questo proposito nella Repubblica Democratica del Congo recenti denunce hanno coinvolto l’URDC (Unione per la Riabilitazione della Democrazia del Congo) per lo scambio avorio/armi e rifornimenti.

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